Masterpieces from Italian Collections (Firenze) chez Pandolfini Casa d'Aste, 50126 Florence

Fin de la vente: le 28 Septembre 2017


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Lot 1 - Giovanni della Robbia - (Firenze 1469 - 1529/1530) - STEMMA E IMPRESA DELLA [...]

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Giovanni della Robbia
(Firenze 1469 - 1529/1530)
STEMMA E IMPRESA DELLA FAMIGLIA BARTOLINI (BARTOLINI SALIMBENI), ENTRO CORNICE CON GHIRLANDA DI FRUTTI, VERZURA E FIORI CON PICCOLI ANIMALI, 1520 CIRCAMedaglione in terracotta invetriata policroma; ghirlanda diam. cm 85; coppa diam. cm 58
 
Provenienza
Firenze, famiglia Bartolini Salimbeni (dal Casino di Gualfonda?);
Ansbach, collezione Georg Ebert (ante 1956);
Milano, collezione privata?;
Würzburg, collezione Peter Lockner, ereditata dal figlio Richard Lockner (tra il 1970 circa e il 2005);
Monaco di Baviera, Hampel Fine Art Auctions (23 settembre 2005, lotto 322);
Italia, collezione privata
 
Bibliografia
R. Dionigi (a cura di), Stemmi robbiani in Italia e nel mondo. Per un catalogo araldico, storico e artistico, Firenze 2014, p. 113 n. 29
 
Bibliografia di riferimento
Idelfonso di San Luigi, Istoria genealogica delle famiglie de’Salimbeni di Siena e de’ marchesi Bartolini Salimbeni di Firenze, in Del Magnifico Lorenzo de’ Medici, cronica scritta dal senatore Gherardo Bartolini Salimbeni, colla storia genealogica di questa illustre casata, Firenze 1786, pp. 81-434;
E. Ceramelli Papiani, Raccolta. Blasoni delle famiglie toscane, ms. sec. XX, Archivio di Stato di Firenze;
A. Marquand, Robbia Heraldry, Princeton 1919;
A. Marquand, Giovanni della Robbia, Princeton 1920;
L. Ginori Lisci, Gualfonda. Una antico palazzo ed un giardino scomparso, Firenze 1953;
L. Ginori Lisci, I palazzi di Firenze nella storia e nell’arte, 2 voll., Firenze 1972;
R. A. Goldthwaite, The Building of Renaissance Florence. An Economic and Social History, Baltimore - London 1980;
D. Gallo, Iacopo Sansovino, il Bacco e la sua fortuna, Firenze 1986;
R. Ciabani, Le famiglie di Firenze, 4 voll., Firenze 1992;
G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, 2 voll., Firenze 1992;
M. Vannucci, Le grandi famiglie di Firenze, Roma 1994;
M. Lingohr, Der Florentiner Palastbau der Hochrenaissance. Der Palazzo Bartolini Salimbeni in seinem historischen und architekturgeschichtlichen Kontext, Worms 1997;
I Della Robbia e l’“arte nuova” della scultura invetriata, catalogo della mostra (Fiesole, Basilica di Sant’Alessandro, 29 maggio - 1 novembre 1998), a cura di G. Gentilini, Firenze 1998;
F. Quinterio, Natura e architettura nella bottega robbiana, Ivi, pp. 57-85;
M. G. Vaccari, Tecniche e metodi di lavorazione, Ivi, pp. 97-116;
M. Mangiavacchi - E. Pacini, Arte e natura in Toscana. Gli elementi naturalistici e il paesaggio negli artisti dal Trecento al Cinquecento, Pisa 2002;
I Della Robbia. Il dialogo tra le Arti nel Rinascimento, catalogo della mostra (Arezzo, Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna, 21 febbraio - 7 giugno 2009), a cura di G. Gentilini, Milano 2009;
G. Gentilini, T. Mozzati, “Naturalia” e “mirabilia” nell’ornato architettonico e nell’arredo domestico, Ivi, pp. 144-151;
M. G. Vaccari, Le robbiane. Appunti sulla tecnica e sugli aspetti commerciali, Ivi, pp. 76-85;
S. Salomone, Il Casino di Gualfonda a Firenze. “Il decoro della casa e la piacevolezza della villa”, tesi di dottorato in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica, Università di Firenze, 2011
 
 
 
La lussureggiante ghirlanda colma di frutti e fiori, ove si annidano alcuni piccoli animali, la sofisticata eleganza orafa dello stemma coronato dall’impresa familiare, che si staglia su di una preziosa coppa color lapislazzuli finemente baccellata racchiusa da una robusta cornice modanata, e, in particolar modo, l’importanza dei Bartolini nella committenza artistica del Rinascimento fiorentino, qualificano questo raffinato medaglione come una delle più pregevoli testimonianze della pur vasta produzione araldica robbiana riemerse nel collezionismo privato.
Come è noto, stemmi e ornamenti araldici occuparono un posto di particolare spicco nella poliedrica attività in terracotta invetriata dei Della Robbia, gelosamente tramandata per oltre un secolo nella bottega fiorentina di via Guelfa attraverso l’impegno di tre generazioni: Luca - scultore celebrato dai contemporanei tra i padri della rinascita delle arti -, il prolifico nipote Andrea e i suoi cinque figli, Marco, Giovanni, Luca ‘il giovane’, Francesco e Girolamo (Gentilini 1992; I Della Robbia 1998; Idem 2009). La vivida, stabile cromia degli smalti ceramici garantiva infatti una lettura assai efficace e soprattutto perenne dell’arme rappresentata, e gli stemmi robbiani, grazie anche alla festosa, seducente capacità di restituire nelle ghirlande decorative l’effimera fragranza dei doni della natura - con un virtuosismo tale da emulare le leggendarie creazioni illusionistiche degli antichi tramandate da Plinio (Gentilini - Mozzati 2009) - conobbero ben presto un’eccezionale fortuna, imprimendosi nell’immaginario collettivo come una delle espressioni più rappresentative e apprezzate dell’arte robbiana. Lo attestano i corposi repertori ad essi dedicati da Allan Marquand (1919) e più di recente da Renzo Dionigi (2014), quest’ultimo in cui compare anche l’opera in esame correttamente identificata e attribuita a Giovanni della Robbia intorno al 1520 (Dionigi 2014, p. 113 n. 29).
Per quanto fino allora sfuggito alla letteratura critica, questo stemma, ricomparso nel 2005 sul mercato antiquario internazionale (Monaco di Baviera, Hampel Fine Art Auctions, 23 settembre 2005, lotto 322) e poi confluito in una collezione privata italiana, risulta infatti documentato da una foto di metà Novecento nota in più copie che recano già un tale riferimento attributivo a Giovanni. Una di esse, presso la Fondazione Zeri di Bologna, sembra suggerire che l’opera fosse transitata attraverso una raccolta privata di Milano, mentre quella conservata nella fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze ne attesta la presenza nella collezione Georg Ebert di Ansbach (1885 - 1956). Alcune comunicazioni epistolari ci consentono inoltre di stabilire che fino al 2005 si trovava, da circa trentacinque anni, nella collezione di un noto antiquario di Würzburg, Peter Lockner (1936 - 2002/3), ereditata dal figlio Richard.
Il blasone della famiglia Bartolini Salimbeni, “di rosso al leone troncato cuneato d’argento e di nero” (Ceramelli Papiani, sec. XX, fasc. 445) - il rosso, assente nella tavolozza robbiana, surrogato qui da una tonalità castana e l’argento sostituito dal bianco, secondo le consuetudini araldiche -, che presenta la vivace fiera rampante modellata a ‘stiacciato’ con particolare sensibilità definendone il muso e la folta criniera con vibranti tratti di smalto nero, è campito sopra uno scudo sagomato di foggia assai elegante e ricercata. Le due punte laterali sono infatti impreziosite da minacciose teste d’aquila col piumaggio disteso a rivestirne il bordo, invetriate di giallo per simulare un ornamento d’oro; mentre alla punta centrale si sostituisce la tradizionale impresa di quella casata: l’anello diamantato mediceo, con la gemma inclusa in un castone di fronde verdeggianti, attraversato da tre capsule di papavero su cui si dipana un cartiglio col motto “P(ER). N(ON). D.O.(R)M(IRE). SE.(M)PER”.
L’emblema simboleggia il vigile, laborioso e scaltro impegno di questa facoltosa e autorevole famiglia fiorentina, trasferitasi da Siena all’inizio del Trecento per esercitare la mercatura e il commercio della lana (l’originario cognome Salimbeni, poi mutato in Bartolini, fu ripreso intorno alla metà del Seicento), che, si narra, avrebbe concluso un affare particolarmente redditizio somministrando ai propri rivali durante un banchetto sostanze sonnifere, quali appunto i semi di papavero. Le aquile, ornamenti che non trovano riscontro nella produzione araldica robbiana, richiamando il consueto attributo dell’evangelista Giovanni potrebbero invece alludere al probabile committente dell’opera, Giovanni Bartolini, come si vedrà tra i mecenati più prestigiosi e raffinati del Rinascimento fiorentino (Ildefonso di San Luigi 1786; Ciabani 1992, III, pp. 634-636; Vannucci 2006).
Lo stemma risalta sopra una coppa baccellata, smaltata d’azzurro intenso per simulare la pregiata pietra di lapislazzuli, incastonata entro una cornice ‘a fascia’, profilata all’interno da una modanatura ‘a ovoli e dardi’ cui si soprammette l’estremità dell’impresa - con un’arguta soluzione spaziale -, invetriata di bianco a imitazione del marmo: il diametro della coppa è pari a un braccio fiorentino, quello della cornice a un braccio e mezzo, cornice sulla quale posa una rigogliosa, variopinta ghirlanda vegetale che vivacizza e attualizza l’impianto di gusto archeologico del medaglione. La folta ghirlanda, così peculiare della più stimata attività robbiana (Quinterio 1998; Mangiavacchi - Pacini 2002, pp. 172-179, 182, 204-206), è formata da una copiosa varietà di frutti (arance, pigne da pinoli, mele cotogne, grappoli d’uva nera, fichi, cedri) e ortaggi (fave, cetrioli, bulbi d’aglio) con le loro foglie e i relativi fiori, alternati a numerose capsule di papavero - con una palese valenza araldica - e altri fiorellini bianchi e azzurri (campanule, roselline selvatiche, gelsomini?). Tra la verzura spuntano tre animaletti - una sinuosa lucertola, una piccola rana svettante, una chiocciola che striscia stirandosi fuori dal guscio -, presumibilmente modellati utilizzando calchi dal vero secondo una tecnica ricorrente nei lavori di Giovanni della Robbia, già descritta dal trattatello di Cennino Cennini (1400 circa) e ben attestata nella scultura del Rinascimento fiorentino in bronzo e in terracotta, poi ereditata e divulgata sulla metà del Cinquecento dalle bizzarre ceramiche ‘rustiche’ di Bernard Palissy.
La profusione della ghirlanda, che si snoda con andamento antiorario, è disciplinata da un’accorta disposizione ritmica, secondo criteri matematico geometrici in sintonia con la nozione teorizzata da Leon Battista Alberti (1436) di una “varietas” regolata dalla “compositio”. I frutti di maggiori dimensioni sono infatti raggruppati in otto mazzetti, composti ciascuno da tre frutti della medesima specie collocati a triangolo, in modo da alternare gli agrumi (arance, cedri) e i pomi gialli (mele cotogne) con i vegetali di colore più intenso (pigne, grappoli d’uva, capsule di papavero, cetrioli), ed inoltre a ciascun mazzetto si uniscono due coppie simmetriche di fiori (perlopiù pertinenti al frutto) e di vegetali più piccoli di vari colori.
Il razionale rigore compositivo della ghirlanda - aspetto che caratterizza i migliori lavori dei Della Robbia, distinguendoli da quelli concorrenziali di Benedetto e Santi Buglioni - trova riscontro nel magistero tecnico con cui è realizzato il medaglione, con accorgimenti per agevolare l’essiccazione, la cottura e il trasporto dell’opera conformi alle consolidate consuetudini dell’arte robbiana (Vaccari 1998; 2009). Il medaglione risulta infatti foggiato in sette pezzi - lo scudo, la coppa con l’attigua modanatura e la ghirlanda suddivisa in quattro segmenti (ciascuno dei quali ospita due sequenze di frutti) -, che, accuratamente svuotati in modo da conferire all’argilla uno spessore contenuto e uniforme, presentano sul retro una struttura ‘scatolare’, con tramezzi di rinforzo e fori di sfiato in corrispondenza dei frutti più grandi, modellati aggregando l’argilla sulla fascia della cornice.


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