Lot 66
Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto (Jativa, 1591-Napoli, 1652)
San Bartolomeo
olio su tela, cm 65x55
Bibliografia:
N. Spinosa, L'opera completa del Ribera, Milano, Rizzoli, 1978, pp. 131-132, n. 291 (considerato copia)
Provenienza:
Collezione privata, Napoli
Già Collezione Doria d'Angri (cf. Casa di vendita Ciardiello, Firenze, Collezioni del Principe Don Marcantonio Doria D'Angri, Arazzi, quadri, mobili e oggetti d'arte, catalogo d'asta, Napoli, 26-II- / 1-III-1940, lotto 171, tav. XII)
Dipinto già notificato come opera autografa di Ribera l'8-XI-1939 dalla Regia Soprintendenza alle Gallerie di Napoli (Ministero dell'Educazione Nazionale); poi come copia da Ribera dal Ministero per i Beni Culturali (Soprintendenza per i B.A.S. di Napoli) il 13-III-1989
Il presente dipinto, che per la prima volta dal suo esito in asta del 1940 viene offerto ad una verifica pubblica dei suoi caratteri, è stato catalogato come Mediocre replica, limitata alla sola testa del santo [San Bartolomeo], nota anni orsono in proprietà Dora d'Angri a Napoli (cf. N. Spinosa, L'opera completa del Ribera, cit.).
Nel 1978 Spinosa lo poneva in rapporto al San Bartolomeo di Ribera a Rohrau, Schloss Harrach, firmato e datato 1632 (cf. L'opera completa del Ribera, cit., p. 131, n. 290; a p. 132, n. 292; Spinosa menziona anche una Replica della bottega di Ribera a Trapani, Museo Pepoli).
Sia nel suo catalogo del 1978 sia in un successivo intervento lo stesso studioso ha riassunto la storia dei pareri dell'opera a Rohrau, sulla cui autografia esistono pareri discordanti (cf. N. Spinosa, Ribera, Napoli, Electa Napoli, 2003, p. 361, C25).
Esaminato direttamente, il presente dipinto mostra tutti i caratteri tipici di un'opera di Ribera nel quarto decennio del Seicento: la materia pittorica corposa, praticamente scultorea; la fusione di toni di carminio con la biacca dell'incarnato del volto del santo; la trasparenza delle ombre sul volto e sul collo; le sintetiche pennellate parallele, estremamente oggettive, con cui è resa la barba; le strisciate di nerofumo trasparente sul panneggio bianco e l'esecuzione precisa dei capelli; lo stagliarsi perfetto della figura sul fondale preparato con toni di bruni luminosi.
L'autografia di Ribera è anche attestata dalla forza di introspezione psicologica del volto, fissato in una scattante posa di sguardo verso l'alto a cogliere la rivelazione divina.
Nel sostenere l'attribuzione a Ribera per il presente dipinto mi sento confortato anche dal parere del Professor Benito Navarrete Prieto, che qui ringrazio, e che dopo aver visionato l'opera mediante una foto digitale ad alta definizione mi ha comunicato che a suo avviso che essa è un autografo del pittore spagnolo.
Il Professor Navarrete collega il dipinto al San Bartolomeo di Ribera a Oviedo, Museo de Bellas Artes de Asturias, e al ciclo di Apostoli a mezza figura a Madrid, Museo del Prado; tutte opere del quarto decennio del Seicento (cf. N. Spinosa, Ribera, cit., rispettivamente a p. 290, A132; tav. a col a p. 101; pp. 277-279, A83-A90; tavv. a col. alle pp. 78-81).
Il Professor Navarrete propende per una datazione orientativa del presente dipinto verso il 1635.
Solo la misurazione esatta dei contorni della figura e un restauro potranno accertare se il dipinto, le cui cimose sembrano essere state tagliate, sia la parte restante di una composizione poi ridotta o sia stato concepito come opera autonoma, caso non raro nel percorso artistico di Ribera Riccardo Lattuada
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