Lot 234
LUCIANO BORZONE
(Genova, 1590 - 1645)
Ritratto del poeta Bernardo Morondo
Olio su tela, cm 200X134
Bibliografia:
F. Boggero, C. Manzitti, L'eredità di Van Dyck a Genova, in Van Dyck a Genova. Grande pittura e collezionismo, catalogo della mostra a cura di S. J. Barnes, P. Boccardo, C. Di Fabio, L. Tagliaferro, Milano 1997, p. 113, nota 32, p. 130
A. Orlando, Pittura fiammingo-genovese. Nature morte, ritratti e paesaggi del Seicento e primo Settecento. Ritrovamenti dal collezionismo privato, Torino 2012, p. 23, fig. 12
A. Manzitti, Luciano Borzone 1590 ; 1645, Genova 2015, p. 227, E4
A. Orlando, in Da Caravaggio a Magnasco sguardi genovesi, catalogo della mostra a cura di A. Orlando e A. Marengo, Genova 2020, pp. 94-97, n. 5
A. Orlando, Luciano Borzone ritrattista tra la Genova repubblicana e la Milano spagnola. Nuovi elementi per un catalogo e una cronologia, in Napoli, Genova, Milano, scambi artistici e culturali tra città legate alla Spagna (1610 - 1640), atti del convegno di studi a cura di L. Magnani, A. Morandotti, D. Sanguineti, G. Spione, L. Stagno, Milano, 2020, pp. 309-319, fig. 5
Luciano Borzone fu uno dei principali protagonisti della pittura genovese di primo Seicento, artefice capace d'esprimere una peculiare lettura del naturalismo e della norma barocca, elaborando gli esempi di Paggi, le seduzioni venete di Cesare Corte e la lezione dei milanesi. Così, anche il magistero caravaggesco sarà da lui approfondito ma in termini narrativi, regolato da un colorismo costruito a velatura e partiture luminose che paiono sfumare le forme con eleganza, guardando ancora al Paggi, ai lombardi e ai toscani, senza dimenticare i contributi d'ascendenza romana di Domenico Fiasella. In virtù della sua data di nascita Borzone fu solo in parte influenzato dal tardo manierismo e i primi insegnamenti gli furono impartiti dallo zio materno Filippo Bertolotto, dedito a una modesta attività ritrattistica. Decisamente più importante fu la frequentazione di Cesare Corte e di Gio Carlo Doria, che nel 1614 seguì a Milano nella veste di consulente artistico. Nella città lombarda il pittore ebbe modo di conoscere di persona il Procaccini, il Cerano e il Mazzucchelli aggiornando la sua arte e proprio a Milano lo sappiamo intento a dipingere ritratti riscuotendo un successo ragguardevole, senza tralasciare la passione per la letteratura e gli interessi musicali. Scorrendone la produzione, possiamo intuire il predominante studio dei lumi, il loro utilizzo per delineare le forme e gli spazi, secondo una ricerca che ha i suoi presupposti nell'arte del Paggi ma che in Borzone non si tramuta in atto plastico o, per meglio dire, lo induce a impastare il colore con la luce arrivando a disfarne le stesure e in alcuni casi, il procedimento assottiglia la materia dipinta alla stregua delle tele mature di Cambiaso, giocando con le preparazioni e le calibrate velature a vernice, misurando i chiari e gli scuri secondo una sperimentazione che sarà decisiva per i suoi allievi. È quindi necessario esaminarne i dipinti correggendo la semplicistica lettura nell'ottica caravaggesca perché conseguiti con una tecnica discorde, dagli esiti nettamente distanti e pertinenti alla compagine tenebrosa di matrice manieristica. Per Caravaggio e i suoi immediati seguaci la luce era rivelatoria di forme che spiccavano a tutto tondo dal fondale scuro, all'opposto per il Borzone le forme si tramutano come disse Pesenti in 'inquiete apparenze', collocando l'artista tra i precursori di quella ricerca chiaroscurale che accomunerà Gioacchino Assereto, Orazio de Ferrari e Giovan Battista Langetti. Tornando all'opera qui presentata, si rivela una delle sue prove migliori, comprovando la fama di ritrattista ricordata dalle fonti (Soprani, p. 181) ed è stata collocata cronologicamente da Anna Orlando alla tarda maturità, in analogia con il Ritratto di Giorgio Adorno, Il Ritratto di Lorenzo Raggi e il Ritratto di uomo seduto (cfr. Orlando 2020, p. 42, fig. 62).
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